Medici con l'Africa Cuamm

la salute è un diritto, battersi per il suo rispetto è un dovere

L’esperienza JPO di Federica in Uganda

Federica racconta la sua esperienza nel reparto di chirurgia dell’ospedale di Aber, Uganda

Con il programma junior project officer di Medici con l’Africa Cuamm ho avuto l’ opportunità di lavorare nel reparto di chirurgia nell’ ospedale di Aber in Uganda, dove Cuamm opera dagli anni
’90. La struttura si trova in una regione rurale, a 6 ore di macchina dalla capitale. Lavorare in un ospedale dell’ ultimo miglio, in Africa, vuol dire fare tanto con poco. Gli strumenti sono diversi da
quelli a cui siamo abituati, le scorte arrivano tardi, e il personale è ridotto, spesso con una formazione non specialistica. Eppure è sorprendente scoprire quanta forza, quanta competenza
e dedizione ci siano anche dove le risorse mancano.

Qui ogni scelta, anche la più semplice, ha un grosso peso: operare un paziente o consigliargli un altro ospedale, chiedere un esame ma ritardare o rinunciare alla terapia, perché il paziente non ha abbastanza denaro per entrambi. Bisogna imparare a concentrarsi su ciò che è essenziale ed efficace nella cura.  Qui ho avuto modo di imparare davvero a praticare la medicina; il ragionamento clinico e l’ esperienza diventano la bussola principale. Si comprende presto che anche nei contesti più privilegiati come l’ospedale, pur avendo in teoria a disposizione tanti esami diagnostici, questi non possono essere utilizzati in molti casi: lo specialista o il tecnico non sono disponibili, la macchina non ha i reagenti, oppure il paziente non può permetterselo.  La diagnosi non è quasi mai una certezza, ma questo non significa improvvisare: significa pensare, osservare, ascoltare e capire come usare al meglio quello che si sa e quello che si ha a disposizione. Anche le terapie non sempre sono davvero accessibili, una settimana di dialisi costa quanto mesi di stipendio. E anche avere un’ urgenza non sempre vuol dire “fare tutto subito”: il personale è limitato, le famiglie devono riunirsi per decidere se accettare il trattamento, gli strumenti possono trovarsi dall’altra parte dell’ospedale o in un’altra città.

L’ ospedale all’ ultimo miglio vuol dire anche vivere in comunità. Una ventina di medici e circa duecento tra infermieri, tecnici e altri lavoratori vivono intorno all’ospedale. Le giornate si
condividono dentro e fuori dalle corsie:  i pranzi, lo sport, le feste, le idee, le ambizioni, tutto secondo i tempi africani, poco prevedibili, fatti per vivere di momenti spontanei.  Fuori dall’ospedale ci sono strade in terra battuta e villaggi con la loro rete di comunità, una grande forza che permette di trasmettere le informazioni in modo capillare, di ricevere aiuto o di rintracciare una famiglia in un mondo senza indirizzi postali. È spesso il primo riferimento a cui le persone si rivolgono per la malattia, affidandosi talvolta prima ai gruppi di preghiera o ai “traditional healer” e solo dopo all’ ospedale, che spesso è lontano e costoso. Quando sono necessarie cure più avanzate, queste sono spesso disponibili solo nella capitale o in grandi città, costringendo le famiglie a vendere i propri beni per potersele permettere oppure a rinunciare al trattamento. Lo sviluppo delle strutture sanitarie tende infatti a concentrarsi nei grandi centri urbani, mentre le aree rurali restano più isolate, con minori risorse umane ed economiche.

In questi contesti impari che ogni incontro di cura è un equilibrio fra la scienza, la comunità e la comprensione delle aspettative, degli obiettivi e delle priorità dei pazienti. Fare medicina qui significa prima di tutto conoscere e imparare a vivere la comunità. Ed è forse proprio in questo equilibrio, fragile e potente insieme, che la medicina ritrova il suo significato più profondo.

Federica Cucè, medico in formazione specialistica in chirurgia generale